Spring Web Flow tutto d’un fiato ! [Part 1/2]

spring-webflowSpring Web Flow è un framework basato su Spring MVC che permette lo sviluppo di applicazioni flow-based. In questo articolo vedremo come aggiungere Spring Web Flow ad applicazioni Spring-based e definire alcuni flussi tra le applicazioni e i loro utenti.
Iniziamo col dire che tutti i flussi (da ora in avanti li chiameremo con loro vero nome, flow) sono costituiti da 3 elementi base, ovvero:

  • States
  • Transitions
  • Flow data

States: indica ciò che accade all’interno di un flow. Spring Web Flow definisce 5 tipi di States differenti: View, Active, End, Subflow, Decision. Vedremo più avanti come questi tipi di stato partecipano alla creazione di un flow.
Transitions: sono di fatto il mezzo di collegamento tra i vari States. Una View state, può contenere al suo interno un certo numero di transizioni ciascuna delle quali collega altri stati.
Flow data: all’interno di un flow vengono collezionati alcuni dati che dipendono dagli stati in cui il flow si trova o si trovava. La visibilità dei dati di ciascun flow dipende dallo scope con cui questo viene definito. Per la precisione esistono 5 tipi di scope differenti in SWF che sono:
 

  • Flow scope : viene creato all’inizio del flow e distrutto quando il flow termina. I dati all’interno del Flow scope sono accessibili e disponibili per tutta la durata del flow
  • Conversation scope : viene creato all’inizio di un top-level flow e distrutto quanto il flow termina. Il conversation scope è simile al flow scope, eccetto per l’accesso ai dati. Infatti mentre il flow scope è accessibile solo dal flow che l’ha creato, il conversation flow può essere acceduto sia dal top-level flow che da tutti i suoi subflow.
  • Request scope : viene creato all’inizio di una richiesta HTTP e distrutto al termine di tale richiesta. I dati all’interno del request scope sono disponibili a tutti gli stati del flow per l’intera durata della richiesta.
  • Flash scope : viene creato quando il flow ha inizio, ripulito quando si entra all’interno di una view e distrutto alla fine del flow. I dati all’interno del flash scope sono disponibili a tutti gli states per l’intera durata del flow.
  • View scope : viene creato quando il flow entra all’interno di una view e distrutto quando la view viene renderizzata. E’ il flow che ha più breve durata, per questo motivo i dati all’interno di questo scope sono disponibili solo alla view che li ha creati.

Ciò detto vediamo come fare ad installare ed utilizzare SFW in pochi semplice passi. Naturalmente per poter iniziare a lavorare con SWF è necessario scaricare i jar che lo contengono, questa pagina costituisce il punto di partenza da cui potete trovare info dettagliate sul framework e dal link download potete scaricare le librerie. Le librerie necessario da aggiungere al classpath della propria applicazione sono :

  • org.springframework.WebFlow-2.0.8.RELEASE.jar
  • org.springframework.binding-2.0.8.RELEASE.jar
  • org.springframework.faces-2.0.8.RELEASE.jar
  • org.springframework.js-2.0.8.RELEASE.jar

in realtà WebFlow e Binding sono le librerie principali, mentre faces e js mettono a disposizione il supporto a JSF e Javascript/Ajax. In aggiunta a queste librerie è necessario aggiungere il supporto al linguaggio che aiuta a definire i Flow.
SWF usa OGNL.

SWF come detto si basa su Spring MVC, quindi così come per tutte le applicazioni spring-based, le richieste passano attraverso il DispatcherServlet. Per configurare SWF basta aggiungere le seguenti righe di codice al file servlet.xml :

<servlet>
    <servlet-name>DevMeApp</servlet-name>   
    <servlet-class>org.springframework.web.servlet.DispatcherServlet</servlet-class>
    <load-on-startup>1</load-on-startup>
</servlet>

Bene, a questo punto non rimane che indicare quale richiesta debba essere "catturata" da spring e quindi girata a SWF. Per fare questo, ci basterà configurare il nostro DispatcherServlet con un handle per tutte le richieste il cui URL fa match con la stringa "devme"…tradotto:

<servlet-mapping>
  <servlet-name>DevMeApp</servlet-name>
  <url-pattern>/devme/*</url-pattern>
</servlet-mapping>

Ora che abbiamo configurato Spring passiamo alla configurazione di SWF. La configurazione avviene tramite compilazione di file XML di Spring aggiungendo a tali file il namespace di SWF, in modo tale da poter utilizzare i tag messi a disposizione dal framework. Quindi partendo da un file di spring aggiungiamo i seguenti namespace:

<beans xmlns="http://www.springframework.org/schema/beans"
       xmlns:xsi="http://www.w3.org/2001/XMLSchema-instance"
       xmlns:webflow="http://www.springframework.org/schema/webflow-config"
       xsi:schemaLocation="
           http://www.springframework.org/schema/beans
           http://www.springframework.org/schema/beans/spring-beans-2.5.xsd
           http://www.springframework.org/schema/webflow-config
           http://www.springframework.org/schema/webflow-config/spring-webflow-config-2.0.xsd">
</beans>

quindi aggiungiamo la nostra configurazione all’interno del tag beans.
La prima cosa da fare è aggiungere un riferimento al flow executor, ovvero all’elemento che gestisce l’esecuzione del flow. Aggiungiamo quindi il tag:

<webflow:flow-executor id="flowExecutor"/>

Il secondo step è quello di indicare a SWF dove trovare il file xml della definizione del flow. Questo viene fatto attraverso il tag flow registry che permette di indicare la posizione su file system in cui risiedono i file XML dei vari flow. Per esperienza, è molto comodo creare i file di flusso separati all’interno di ogni singolo file.
Aggiungiamo quindi il flow registry:

<webflow:flow-registry id="flowRegistry" base-path="/WEB-INF/flows-defs">
	<webflow:flow-location id="devme" path="/WEB-INF/flows/devme-flow.xml" />
</webflow:flow-registry>

l’attributo id del tag flow location permette di assegnare un id al flow di modo che possa essere riferito all’occorrenza. In assenza dell’attributi id, l’id del flow corrisponderà al nome del file del flow.

SWF fornisce un handler adapter (spring based) che permette che fa da bridge tra il DispatcherServlet e il flow executor, gestendo la richiesta e manipolando il flow. E’ necessario configurare l’handler all’interno del file di configurazione affinché possa essere invocato dal framework. Aggiungiamo quindi il seguente tag bean:

<bean class="org.springframework.WebFlow.mvc.servlet.FlowHandlerAdapter">
  <property name="flowExecutor" ref="flowExecutor" />
</bean>
<bean class="org.springframework.WebFlow.mvc.servlet.FlowHandlerMapping">
  <property name="flowRegistry" ref="flowRegistry" />
</bean>

in questo modo il DispatcherServlet è in grado di stabilire a chi girare la richesta consultando uno o più handler. Nel codice di sopra abbiamo aggiunto un riferimento al FlowHandlerMapping il quale mantiene un riferimento al FlowRegistry in modo tale da girare la richiesta al flow corretto. Un’applicazione basata su SWF tipicamente contiene più di un flow, per questo il collegamento tra FlowHandlerMapping e flow registry consente di selezionare il flow corretto sulla base della richiesta ricevuta.

Dopo aver configurato la nostra applicazione Spring fornendo il supporto a SWF vediamo come definire un file di flow. Un file di flow è un file XML diverso da quello visti finora, nel senso che ha un nodo radice diverso il quale appartiene ad un namespace differente.
 

<flow xmlns="http://www.springframework.org/schema/webflow"
      xmlns:xsi="http://www.w3.org/2001/XMLSchema-instance"
      xsi:schemaLocation="http://www.springframework.org/schema/webflow
      http://www.springframework.org/schema/webflow/spring-webflow-2.0.xsd">
	<-- Add your definition here -->
</flow>

Vediamo quali sono gli elementi che contribuiscono alla definizione di un flow. Di seguito viene mostrato un elenco di tali elementi con per ciascuno una breve descrizione.

  • <action-state>, definisce una o più azioni, al termine delle quali si può transire verso uno stato successivo all’interno del flow.
  • <attribute>, consente di definire un attributo da memorizzare all’interno del flow. Viene utilizzato assieme al tag <value>.
  • <bean-import>, importa un elemento bean definito dall’utente.
  • <decision-state>, permette di valutare un’espressione sulla base della quale decidere verso quale stato transire.
  • <end-state>, indica lo stato finale del flow. La transizione su questo stato comporta il termine del flow.
  • <exception-handler>, indica un bean che può gestire eccezioni per questo flow.
  • <global-transition>, definisce una o più transizioni che sono disponibili da tutti gli stati.
  • <input>, definisce un input per questo flow.
  • <on-end>, evento che definisce l’azione che viene richiamata quando il flow termina.
  • <on-start>, evento che definisce l’azione che viene richiamata quando il flow inizia.
  • <output>, definisce un output per questo flow.
  • <persistence-context>, crea e alloca un contesto quando il flow ha inizio. Viene usato assieme al transaction manager.
  • <secured>, viene usato per restringere l’accesso ad un determinato stato.
  • <subflow-state>, invoca un nuovo flow come sotto-flow di quello corrente.
  • <var>, definisce una variabile con flow scope.
  • <view-state>, indica uno stato che si presenta all’utente tipicamente caricando un certo output e richiedendo l’interazione da parte dell’utente.

Per evitare di dlungarmi più di quanto abbia già fatto rimando la continuazione di questo articolo al post successivo. Continuo a scrivere quandi non passerà molto dalla pubblicazione seguente…prometto :P  !
Stay tuned.

Il backup di linux

backupIn questo ultimo periodo mi sto occupando di trovare un metodo di backup da implementare per il server che amministro. Ho dato un occhiata a diversi sistemi che consentono di effettuare l’operazione di backup dei dati, ma al momento non ho ancora scelto quello che fa per me. In più ho postato anche sul forum del sito debianizzati.org un’ottima risorsa per la comunità Debian con gente in gamba disponibile ad aiutare altri in difficoltà. Quindi essendo un’altro in difficoltà, ho deciso di scrivere sul forum chiedendo loro un parere, al fine di risolvere il problema e di creare un guida più o meno completa del problema del backup su linux.
Vi siete mai chiesti quale sia lo strumento di backup utilizzato da wikipedia ? Sinceramente sì, ma non so come possa essere implementato…mi vengono in mente cluster di server che fanno solo quello con tera e tera disponibili utilizzati per salvare i dati.
E riferiamoci proprio a Wikipedia per la definizione di backup: "Il backup, copia di sicurezza o copia di riserva in informatica indicano un’operazione atta a prevenire la perdita totale dei dati archiviati nella memoria di massa dei computer siano essi stazione di lavoro o server. L’attività di backup è un aspetto fondamentale della gestione di un computer: in caso di guasti, manomissioni, furti, ecc., ci si assicura che esista una copia dei dati, pertanto l’esecuzione del backup è quasi sempre automatica e svolta normalmente con una periodicità stabilita (per esempio una volta al giorno o alla settimana)."
Su Linux esistono diversi strumenti per effettuare il backup dei dati…uno di questi è dd, un tool che si usa da riga di comando mooolto potente. Nei prossimi articoli riguardanti questo argomento vedremo altri tool.

Il comando dd

Il comando dd permette di copiare i dati in blocchi, effettuando delle conversioni all’occorrenza. E’ molto facile da utilizzare, in sostanza è necessario indicare il valore di 2 parametri.

devme:~$ dd if=/dev/sda1 of=/media/backup.img

Nell’esempio di sopra è richiesto a dd di effettuare la copia della prima partizione dell’unità sda all’interno dell’immagine backup.img. Al termine, il file di immagine corrisponderà alla partizione sorgente e sarà possibile montarlo grazie al comando mount. Vedremo più avanti come.

devme:~$ dd if=/dev/sda of=/media/sdb

In questo caso invece viene effettuata il clone del disco sda all’interno del disco sdb. Si noti che la copia in questo caso prevede la copia eventuale anche del MBR , master boot record e dell’eventuale partizione di swap.
La sintassi base del comando dd è la seguente:

devme:~$ dd if=<source></source> of=<target> bs=<byte size=""> skip= seek= conv=<conversion> </conversion></byte></target>

Per effettuare l’operazione simmetrica, ovvero il ripristino dei dati da un backup, è sufficiente invertire il valore dei parametri if e of. Vediamo ora una serie di esempi di utilizzo del comando dd.

Effettua la duplicazione di una partizione in un’altra partizione, copiando i dati in blocchi da 4kb, effettuando le conversioni: notrunc=non troncare il file di output,noerror=non fermarti in caso di errore nella lettura di un blocco di dato.

devme:^$ dd if=/dev/sda2 of=/dev/sdb2 bs=4096 conv=notrunc,noerror

Crea un’immagine ISO di un cd, leggendo in blocchi da 2kb, effettuando le conversioni: sync fa padding dei blocchi letti con bye nulli, noerror non fermarti in caso di errore nella lettura di un blocco di dato.

devme:^$ dd if=/dev/hdb of=/home/devme/cdrom.iso bs=2048 conv=sync,notrunc

Crea un’immagine ISO di un cd, leggendo in blocchi da 2kb, effettuando le conversioni: sync fa padding dei blocchi letti con bye nulli, noerror non fermarti in caso di errore nella lettura di un blocco di dato. Successivamente sarà possibile montare l’immagine creata usando il comando mount.

devme:^$ dd if=/dev/hdb of=/home/devme/cdrom.iso bs=2048 conv=sync,notrunc
devme:^$ mount -o loop /home/devme/cdrom.iso /mnt/iso_images

Effettuare una cancellazione sicura a prova di bomba, ovvero senza la possibilità di poter risalire ai dati scritti (secure delete).

1
2
#!/bin/bash 
for n in `seq 7`; do dd if=/dev/urandom of=/dev/sda bs=8b conv=notrunc; done

Modo semplice e veloce per effettuare un backup del proprio portatile. Segue comando per effettuare il ripristino.

devme:^$ dd if=/dev/hda of=/dev/sda bs=64k conv=notrunc,noerror
devme:^$ dd if=/dev/sda of=/dev/hda bs=64k conv=notrunc,noerror

Crea il backup di un hard disk e memorizzalo all’interno di una serie di DVD. Seguono comandi per il ripristino.

devme:^$ if=/dev/sda3 of=/home/devme/dvd_set_1.img bs=1M count=4430
devme:^$ dd if=/dev/sda3 skip=4430 of=/home/devme/dvd_set_2.img bs=1M count=4430
devme:^$ dd if=/dev/sda3 skip=4430 of=/home/devme/dvd_set_3.img bs=1M count=4430
devme:^$
devme:^$ dd if=/media/devme/devme_set_1.img of=/dev/sda3 bs=1M conv=sync,noerror
devme:^$ dd if=/media/devme/devme_set_2.img of=/dev/sda3 seek=4430 bs=1M conv=sync,noerror
devme:^$ dd if=/media/devme/devme_set_3.img of=/dev/sda3 seek=4430 bs=1M conv=sync,noerror

Copia il master boot record, ma non la tabella delle partizioni.

devme:^$ dd if=/dev/sda of=/home/devme/devme_mbr.img bs=446 count=1

Vediamo ora un caso particolare, ovvero fare il backup completo di un disco, quindi con MBR, tabella delle partizioni e tutte le partizioni del disco, e vediamo come fare a selezionare solo la partizione da montare con il comando mount. Quindi supponiamo di avere:

devme:^$ dd if=/dev/sda of=my_disk_image.img

con il quale effettuiamo il backup creando il nostro file immagine my_disk_image.img che contiene al suo interno l’intero disco. Per montare solo una certa partizione dovremmo sapere l’offset in cui inizia la partizione e quindi montarla con il comando mount sul dispositivo di loop. Per determinare l’offset dei vari elementi costituenti il disco utilizziamo un’altro comando di linux che consente di far questo, parted. Lanciando parted sul file appena creato otteniamo:

devme:^$ parted my_disk_image.img
GNU Parted 1.7.1
Welcome to GNU Parted! Type 'help' to view a list of commands.
(parted) unit
Unit?  [compact]? B
(parted) print
Sector size (logical/physical): 512B/512B
Partition Table: msdos
Number  Start        End           Size         Type     File system  Flags
1      32256B       106928639B    106896384B   primary  ext3         boot
2      106928640B   1184440319B   1077511680B  primary  linux-swap
3      1184440320B  10256924159B  9072483840B  primary  ext3
(parted) quit

a questo punto possiamo montare il file system che ci interessa indicando l’offset specifico, ovvero:

devme:^$ mount -o loop,ro,offset=32256 my_disk_image.img /mnt/devme

E qui mi fermo, anche perché potrei continuare per delle ore con degli esempi su dd, alcuni dei quali dimostrano quanto veramente potente è questo comando. Nei prossimi articoli vedremo altri strumenti per realizzare il backup.
Stay tuned !

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